Marzo 2008

Articoli

Poni Micharvegas: memoria argentina
Fuente: www.amnesiavivace.it (Versión Española)

Questo articolo, confessione, autointervista o memoria è stato appositamente scritto da Poni, in forma di annotazioni sparse, per Amnesia Vivace. Sono i ricordi di un artista e medico argentino che da molti anni vive a Madrid, e che ho avuto il piacere di conoscere durante alcune mie ricerche. Sono molti i riferimenti puntuali a personaggi e fatti dell’epoca, relativi quasi all’intera America Latina, ma quello che ci interessa di più in questo caso è offrire ai nostri lettori ricordi e osservazioni peculiari di un punto di vista originale e poco conosciuto relativo all’aria che tirava durante il golpe militare argentino del 1976. Poni ci racconta, in forma abbozzata ma viva, la sua esperienza d’esilio, l’atmosfera che lo circondava, il mondo artistico in fermento e il suo contributo a quel mondo. Sempre per Amnesia Vivace ha chiesto alla sua compagna di allora, Martha Sigal, di aggiungere ulteriori ricordi di quell’esperienza d’esilio, rendendo il quadro ancora più animato e a tratti dal ritmo sincopato.

Erano i primi giorni di giugno del 1976. La mia compagna, Martha Sigal, riceveva una chiamata telefonica nella quale le annunciano che ci sono notizie molto buone per Poni e per dire che mi presentassi in una libreria dell’Avenida Pueyredón, verso le sei del pomeriggio, per riceverla. Erano già tempi duri e crudeli, il golpe militare si instaurò all’alba del 24 marzo dello stesso anno e avevamo ricevuto notizie di molti interventi di polizia e paramilitari e rastrellamenti e arresti di compagni e l’inutilità assoluta degli habeas corpus. Il nostro caro e ammirato amico, lo scrittore Haroldo Conti, era stato sequestrato intorno al 5 maggio, insieme ad un altro compagno del PRT (Partito Rivoluzionario dei Lavoratori) e, secondo certe fonti, responsabile del Fronte Culturale, nella sua villa recentemente inaugurata nella via Fitz Roy, nel quartiere di Belgrano, vicino ai primi confini della provincia di Buenos Aires. Eravamo commossi!

Quando qualcuno doveva comunicarti qualcosa, lo faceva in modo tale che un messaggio positivo veniva presentato come qualcosa di negativo e uno negativo come cosa positiva: il fatto che ci fossero molte buone notizie per Poni faceva presentire qualcosa di nero, sinistro, minaccioso. Il mio amico Jorge Garrido all’epoca portava in giro libri di varie case editrici e portava le loro novità ai librai per i loro ordini. Non so se fu lui a chiamare. La cosa sicura è che fino a quell’appuntamento cercai di non espormi e la novità era che un libro, firmato da un certo giornalista Roberto Aizcorbe (il quale aveva diretto una rivista, “Il borghese”, che già aveva tinte reazionarie), e dal titolo Il mito peronista, era in realtà il prodotto delatore di un amanuense e una toccante “lista nera” che implicava nella sovversione e nella congiura circa 800 compagni. Questo calunniatore aveva ritagliato con mani di stregone tutte le dichiarazioni fatte da qualsiasi tipo di agente sociale e in diversi mezzi di comunicazione (sindacalisti, politici, intellettuali, artisti, professionisti, etc.) e, mescolandole con i rapporti dei Servizi Segreti della Marina, pubblicò un pot-pourrì di panzane e diffidenza che, in quel momento, servì da pretesto ai golpisti militari. A me toccò una bella fetta di pane imburrata ricoperta da una grossa coltre di accuse. In poche parole: mi accusò di essere il responsabile dell’infiltrazione sovversiva nei mezzi di comunicazione. Con siffatta stigmatizzazione, vai a cantarla a Gardel! [1] Senza un sistema legale al quale fare ricorso, con i compagni che si nascondevano e l’insicurezza generalizzata di non sapere più con chi stessi parlando, uscii di casa. Nei titoli dei giornali del mattino un altro masso: Roberto Mario Santucho, “Robi”, era stato sorpreso in una riunione politica e, nel fragore dello scontro con il gruppo operativo dell’Esercito, morì. Andai fino ad un bar vicino, nel quale si riunivano amici del gruppo degli psicoanalisti. Uno studente di psicologia, frequentatore dei corsi e degli incontri letterari dei miei amici, mi venne incontro. In quel momento quel giovane era l’unica persona di fiducia. Gli dissi secco: “Dì a Miguelito che Poni se ne va”. “Solo questo?”, domandò. “Sì, è sufficiente…” Uscendo dal caffè Nalòn seppi che dovevo pianificare freddamente ed efficacemente la nostra uscita dall’Argentina. Non restavano margini né di garanzie elementari né di alcuna sicurezza personale.

Quando scoprii che la canzone aveva più penetrazione ed arrivava più in là della poesia scritta (a prescindere dal fatto che la percentuale di analfabetismo nell’Argentina di allora era molto bassa, quel fenomeno anomalo continuava ad esistere), passai alla canzone poetica. Avevamo la nostra presunzione e negli ambienti creativi un’onda lucida e intensa faceva la sua brillante apparizione: artisti di ogni genere e disciplina (attori, modelli, pittori, scultori, registi, etc.), vedevano con entusiasmo la possibilità di interpretare i loro propri temi o di mettere in musica poeti celebri o tenere banco da questa nuova fonte, potevamo contare su antecedenti inaugurali molto recenti che ci arrivavano goccia a goccia, nella Nuova Trova cubana, la Nuova Canzone cilena, la Nuova Canzone uruguaiana e le manifestazioni individuali o di gruppo in Brasile (Chico Barque de Holanda o l’MPB [2] , per fare qualche esempio). C’era aria di profondi cambiamenti rivoluzionari in America Latina e la combriccola dal buon fiato voleva insufflare la sua immaginazione e il suo talento a quella corrente imprescindibile e necessaria. Così che, in un torrente sconosciuto per me, composi circa 50 temi in sei fragorosi mesi e, dato che non credevo di farlo del tutto male, iniziai a interpretarli.

Cominciai a cantare le mie canzoni in luoghi insoliti: gallerie d’arte, centri culturali, ristoranti, piccoli teatri indipendenti, l’istituto Di Tella, nel quale realizzai due piccoli “spettacoli”: Canzoni del fuoco, con le chitarre dei fratelli Albe e César Pavese, e Simulacro, messa in scena multidisciplinare con vari mezzi tecnici che implicavano il cinema, la televisione e un circuito chiuso per proiettare sullo schermo le immagini che il pubblico andava creando. Un gruppo rock con voglia di vendetta per suonare dove stavano suonando, “tempio” di espressioni artistiche elitarie, “La banda del cioccolato” con il suo leader Pajarito Paguri, aveva l’ultima stridente parola, col volume al massimo! Le due esperienze furono accolte molto bene e presto la mia attività iniziò a godere di commenti favorevoli e di una certa ripercussione. Alcuni temi (“Decenni”, “L’orso Perez”, “Zoologico”, “E’ arrivato quel famoso tempo da vivere”) furono diffusi in radio, realizzai una copertina per un eventuale disco e risposi con sincerità anticonformista alle interviste che mi facevano.

“Le canzoni che scrive sono molto belle!”, mi disse il produttore discografico della compagnia Odeon, che voleva farsi una chiacchierata con me. “Ma lei, che è psichiatra, non ha altri temi nei quali parla dell’amore, la gelosia, i problemi di coppia e queste questioni?” Capii che voleva che gli scrivessi pezzi su richiesta. Io, con un progetto inedito e lucido nel quale canalizzavo tutto il mio sentimento poetico, e questo crapulone testa quadrata, desiderando che gli fabbricassi mercanzia a buon mercato! Dopo cinque minuti mi alzai e me ne andai. O restavi con loro o con te stesso. Ancora una volta scelsi quello che ho sempre più vicino e che se mi tradisce, tradisce me stesso…

Decidemmo di fare un viaggio in Europa. Ce lo meritavamo: eravamo stanchi, angosciati, chiusi in una gabbia di eventi che non ci permettevano di respirare a fondo come volevamo. Nina, io e due dei nostri figli. Una nave: il “Pasteur”. Riposare, leggere, pensare, fare piani e progetti: distanze necessarie (“Un uomo solo arriva ad esserlo lontano da casa sua”, secondo Siddharta). Germania, l’acquisto di una Volkswagen ad Amburgo, battezzammo “Chinomao” quel grosso furgoncino: diretti verso la Polonia, attraversando la Repubblica Democratica Tedesca, sparivano i cartelli pubblicitari, tutto era campo coltivato, disciplina nei solchi, verso Berlino. Il clima però era ghiacciato, nevicava, uno rifugio o l’altro dove prendere marmellata di prugne calda: i bambini iniziavano ad avere angina e bronchite. Svoltammo bruscamente verso il sud assolato: Belgio, Francia, Spagna, per sistemarci finalmente a Barcellona e poi, su richiesta del nostro fratello Alberto Cousté, proseguire fino a Peñiscola, in provincia di Tarragona. Quasi tutto un anno così. Scrivemmo senza sosta: lettere, articoli, note, nuove canzoni. Ad aprile partecipai come rappresentante latinoamericano al secondo Festival della Canzone Iberica, a Valenzia: María del Mar Bonet, Zeca Afonso, Paco Ibáñez, Miro Casabella, Adolfo Celdrán. Successo artistico della Nuova Canzone, fallimento economico dei Nuovi Buffoni!

Tornato a Buenos Aires, promossi la “Canzone permanente”, dove un gruppo di venti nuovi compositori e interpreti si facevano ascoltare: otto giornate nel Teatro Larrañaga. Un’esperienza forte che sarebbe stata la base di un atteggiamento più compromesso e che si sarebbe mantenuta fino alla metà del ’72 per fiorire pienamente verso la fine di quell’anno in una saletta di teatro: “Teatron”. Tanto nell’una come nell’altra, le due proposte poterono contare su eccellenti talenti che, con il passare del tempo, hanno percorso diverse strade: Roque Narvaja, Miguel Cantilo, León Gieco e quelli che, ancora oggi, sentono di appartenere a quella proposta del CPU [3] della canzone d’avanguardia: Thono Báez, Barba Mayo, Mario Alberto Costa. La lotta dialettica e la partecipazione integrale mobilitavano i fini di questi gruppi di artisti popolari. Verso l’inizio del 1974, mantenere CPU risultava altamente pericoloso: i locali nei quali suonavamo venivano mitragliati o venivamo minacciati come quella volta nell’incontro a Rosario, dove il proprietario dello stadio nel quale si sarebbe tenuto lo spettacolo fu minacciato se avesse dato il permesso di realizzarlo. Gli avrebbero fatto saltare in aria il locale. I diritti umani già erano stati stracciati e resi spietatamente inumani. Raccogliere candele. Dare il famoso “passo indietro”, per tornare poi con due vigorosi passi in avanti!

La lenta somma di tutti questi fattori provocò la distorsione dell’intenzione poetica del Movimento della Nuova Canzone Argentina. Nuclei simili apparvero nelle province di Cordoba e Mendoza, ma anche per quelli la restrizione della libertà d’espressione si fece sempre più forte fino a diventare potenzialmente pericolosa per la loro sopravvivenza. E se ogni poetica, per il fatto di essere parola, è politica, come apprendemmo poi, sfortunatamente per i nostri Paesi emarginati e dipendenti non tutta la politica è poetica.
A questo punto voglio includere alcuni ricordi dei primi tempi del nostro esilio: chiesi a Martha che li riscattasse a volontà e nel modo che credesse più conveniente. E’ un’altra visione, un’altra parola, un’altra prospettiva di quella sofferenza che condividemmo. Perché allora non dovremmo compartire anche questo spazio di reminiscenze?

Martha Sigal | erano già passati sei mesi da quando ci vedemmo obbligati a lasciare Buenos Aires e casa e lavoro e famigliari, amici, compagni.
Disegni di Muty Buzios

Figura 1 Disegni di Muty Buzios
Stava per concludersi il 1976 e continuavano ad arrivarci notizie tristi: sequestri di amici alla luce del giorno e rastrellamenti con arresti, Enrique Raab, Roberto Santoro, Marcelito Gelman e sua moglie… Noi stavamo percorrendo la strada che ci offrivano i compagni brasiliani, che ci accoglievano con tutto l’affetto nelle loro case, percorrendo così San Paolo, Rio, San Salvador, Minas Gerais. Tornammo per necessità impellente a Rio, dove a Poni non rinnovarono il passaporto scaduto. Non potevamo andare a Madrid e dovevamo rinnovare il visto turistico per restare. Dove potevamo andare? C’erano due alternative: in Paraguay, dove le autorità di polizia si coordinavano con quelle brasiliane, o in Uruguay, dove polizia e militari operavano insieme ai servizi segreti argentini (tutto questo gioco sinistro più avanti venne chiamato Piano Condor, che anche se potevamo dedurlo e intuirlo, all’epoca non era così chiaro).
Tutte e due le frontiere stavano a più di mille km di distanza, in autobus! Per me era la prima volta che uscivo dal Paese… Fu qui che Poni si ricordò di una conosciuta in un precedente viaggio a Parigi, quando ancora ascoltava e frequentava Leo Ferrè, Paco Ibañez, Manolo Gerena e Luis Llach. Questa ragazza non era altri se non la figlia di uno dei ministri di Stroessner! [4] Ossia: la pecora nera della famiglia. E ce ne andammo lì, ciechi e quasi senza soldi… Un giorno e mezzo di traversata, un calore spesso, incertezza e angoscia tra sentieri animati. Ovviamente questi dettagli sull’amica non li venni a conoscere fino a quando non arrivammo ad Asunción, entrando in una casa enorme custodita da militari e poliziotti in borghese. Io, terrorizzata, maledicevo la mia fedeltà incondizionata, oltre a temere di stare incinta… Non potevamo neanche parlare tra di noi. Già ce l’eravamo svignata ad Iguazú, con Videla lì in visita ufficiale inaugurando non ricordo bene cosa! Cavolo, che errore! Uscimmo da quella situazione in tutta fretta e cagandoci addosso! Ovviamente l’amica non c’era. Ci fecero un po’ di foto…
Disegni di Poni Micharvegas

Figura 2 Disegni di Poni Micharvegas

Per fingere che eravamo turisti, non ci venne in mente altro che andare ad una partita di calcio con un signore anziano che avevamo conosciuto in un autobus pieno di galline e verdure, che univa la frontiera con la capitale e che portava i contadini a vendere. Due giorni dopo prendemmo la strada del ritorno e Poni si ritrovò bloccato nella dogana di frontiera di Pedro Juan Caballero. Ci stavamo separando! Lui non aveva documenti che gli aprissero il cancello. Io sì. Ci abbracciammo a lungo in quegli ampli paesaggi come di Far West, con poliziotti in borghese armati come se fossero cowboys! Lo guardavo incredula contro il finestrino del bus, salutandolo senza sapere quando lo avrei rivisto. Mi sentii, ancora una volta, disperata.A Rio vivevamo nel piano alto di una falegnameria, davanti a Vidigal, dietro l’Hotel Sheraton, un piccolo appartamento che era del nostro amico Omar, compagno della psicanalista Susana Pravaz. Da lì chiesi ogni tipo di aiuto per giorni e giorni, ci organizzavamo per tirarlo fuori da quella situazione. E una notte, desolata da tanta incertezza, appare Poni, come il diavolo ma vestito di bianco! Arrivò in aereo, consigliato e aiutato da quel signor Brunetti (nei voli charter di allora tra il Paraguay e il Brasile non chiedevano documenti, e gli argentini potevano imbarcarsi e volare anche con il libretto di arruolamento, che il mio caro compagno aveva!). José Brunetti, calciatore della nazionale paraguaiana e caffeario, uomo indimenticabile nella sua solidarietà, accidenti!Poni | Verso la metà nel 1977 (la Spagna entrava pienamente nel periodo detto della “transizione”), dopo l’atroce assassinio di avvocati di diritto del lavoro perpetrato da un gruppo nazista nel loro ufficio di Atocha [5] , ci rifugiammo a Madrid, dove amichevoli compagni ci diedero casa e cibo e ci cercarono lavoro: Martha come professoressa di Espressione del Corpo ed io come pediatra in un asilo. Ripresi la canzone poco dopo, con l’arrivo a Madrid dei fratelli Horacio e Daniel Lovecchio, eccellenti musicisti ed ottimi compagni. Partecipammo ad eventi solidari e, di volta in volta, realizzammo concerti in sale di musica folkloristica latinoamericana che all’epoca iniziavano a proliferare in città. Però il mio sentimento interpretativo non era lo stesso: sì, stavamo tra compatrioti, tutto poteva andare meglio, ma davanti al pubblico spagnolo il dramma era che dovevamo come “tradurci”. Non ebbi questa capacità, lo riconosco. Le lobby discografiche non avevano spazio da dare a questi poeti rivendicativi, mezzi malinconici, pieni delle recenti ferite dell’esilio. Erano state molto utili nella transizione, però il fatto di stare tutto il tempo con la storia che avevano subito vessazioni e perversità, non favorivano l’arrivo di un tempo nuovo e democratico nel quale non si avessero più ragioni per restare arenati nel passato. Da lì a poco, questa versione della nostra causa (quella di guardare più in là dei nostri poveri nasi) si scontrò con un progetto consumista, di usare e gettare.

Per informazioni: www.micharvegas.com e www.ipoetinomadi.com

[Traduzione dallo spagnolo di Valerio Cruciani]
Note

[1] Nella versione spagnola Poni scrive “andá a cantarle a Gardel!”. Gardel è il grande cantante e autore di classici del tango argentino e nel gergo di Buenos Aires l’espressione vuol dire “vai ora a scontrarti con qualcosa di insuperabile”.
[2] Musica Popolare Brasiliana, movimento d’avanguardia della canzone con radici folkloristiche e ricca di contenuti sociali e rivendicativi.
[3] Canto Popolare Urbano, 1972-1974, movimento bonaerense di canzone poetica e di protesta.
[4] Alfredo Stroessner era all’epoca dittatore del Paraguay e partecipava al “Piano Condor”.
[5] La “mattanza degli avvocati di Atocha” (24 gennaio 1977) fu perpetrata da un commando di estrema destra, che uccise 5 avvocati militanti sindacalisti e ne ferì altri 4, tutti appartenenti al Partito Comunista Spagnolo (PCE) all’epoca illegale. Il fatto provocò le prime manifestazioni pubbliche di sinistra nella Spagna post franchista e la legalizzazione del PCE.

Acerca de Poni

Poeta, escritor,músico, pintor, médico, psicoanalista
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